La magica armonia della Casa delle Musiche

La magica armonia della Casa delle Musiche

La Casa delle Musiche di Giuseppina Casarin, per tutti “Beppa”, ricorda i nostri orti dove, da secoli, riescono a convivere e a dare frutti meravigliosi piante provenienti da mille angoli della Terra. Nella Casa, attraverso la musica e il canto della tradizione orale di tutto il mondo, si realizza un progetto culturale di inclusione sociale e integrazione tra persone arrivate da mezzo mondo. “È un luogo che accoglie suoni e desideri – spiega Giuseppina Casarin.

L’esperienza, ormai decennale, del Coro Voci dal Mondo di Mestre-Venezia si propone come “fatto culturale”, esempio di integrazione, come modalità di inclusione sociale e di convivenza, da
replicare e diffondere. Il Coro ha sviluppato e consolidato in questi anni la Pratica di Comunità Musicale, una modalità che promuove il canto e la musica come territorio di incontro e scambio tra persone di provenienze culturali, tradizioni, religioni ed età diverse”.

In questo incontro di suoni e canti, di cui non esiste spartito o testo scritto, ci sono le più diverse proposte musicali introdotte dai partecipanti, italiani o stranieri che siano: canti della tradizione orale italiana, canti dell’Europa dell’Est, canti pakistani, musica dallo Sri Lanka, canti di tradizione liturgica cristiana della Nigeria e dell’Africa centrale sub sahariana, Canti del Corano. “Sono repertori per lo più legati alla pratica del canto spontaneo, oggi ancora viva in molti paesi del mondo, modalità persa in Italia così come contestualmente è andata perduta la musica di tradizione orale, e che, grazie ai cittadini stranieri, viene reintrodotta nel canto in coro – spiega Casarin -.

La Pratica di Comunità Musicale si nutre della modalità del canto spontaneo come elemento fondamentale per facilitare una dinamica di gruppo inclusiva, fondata sull’ascolto e la partecipazione. Nessuna musica è esclusa e non si tracciano confini tra gusti e stili musicali, e proprio in questo contesto emerge in modo vivido soprattutto tra le generazioni più giovani del coro, il bisogno di vivere uno spazio/luogo culturale in modo più partecipato e attivo.

Un modo per rispondere alla loro voglia di raccontare, di dare voce attraverso la musica al loro mondo, le loro speranze e i loro sogni, le loro paure e le loro emozioni, le loro storie”.

E da qui nasce l’idea della Casa delle Musiche, un luogo/spazio di laboratorio di produzione musicale dove far avvicinare la comunità, far incontrare i giovani stranieri con i giovani italiani a partire dalle musiche che appartengono ai diversi ascolti e alle diverse pratiche, agli stili e linguaggi-tendenze musicali che li accomunano.

L’Associazione Culturale Coro Voci dal Mondo (CVDM) di Mestre-Venezia è una comunità che vede la partecipazione di cittadini italiani e stranieri, migranti, con età, religione, cultura, abilità e disabilità diverse. Una quarantina di persone che risiedono, in gran parte nella Città Metropolitana di Venezia, che regolarmente si incontrano da 15 anni e condividono canti, musiche, esperienze creative e artistiche e attraverso questo processo di condivisione si prendono cura del fenomeno della migrazione nel nostro territorio e nelle nostre comunità. Un modo per trasmettere al territorio una testimonianza di convivenza, anche sviluppando delle importanti collaborazioni con altri artisti. La Casa è anche un contenitore di storie, di racconti di lunghi viaggi a piedi attraverso deserti e foreste, o di infinite trasferte in bus o in camion e di condivisione di sofferenze e speranze.

Emmanuel Duru ha 27 anni è arrivato in Italia nel 2016. Arriva dal Biafra ed è un migrante economico. O come dice lui un “migrante per fame”. Racconta: “All’epoca c’era chi viveva senza problemi e non gli mancava nulla, c’era poi la classe media e poi chi non sempre riusciva a mangiare almeno una volta al giorno. Io appartenevo a quest’ultima categoria.

Emmanuel Duru a Venezia

Emmanuel Duru a Venezia

Appena possibile sono partito”. In bus ha raggiunto il confine con il Niger, dopo aver attraversato la Nigeria. Quindi sul cassone di un pick up ha viaggiato nel deserto del Sahara, fino ad arrivare in Libia.
Qui è rimasto 11 mesi e dopo il terzo tentativo di raggiungere l’Italia via mare, c’è riuscito.“La prima volta siamo saliti su una barca condotta dal fratello del passeur a cui avevamo pagato il viaggio. Una volta al largo ha invertito la rotta e ci ha riportarti indietro, ha bruciato la barca e se ne è andato col motore rubato al fratello. Il secondo tentativo qulche giorno dopo. Siamo rimasti in mare mezza giornata, ma non sapevamo la rotta e siamo tornati a riva. Qui sono arrivati i militari che ci hanno preso e portati in prigione. Sono rimasto in carcere due settimane. Ci facevano mangiare alle 9 del mattino e alle 2 di notte. Poi la minaccia di riportarci indietro, in Nigeria. Ma arrivati a Shaba, città libica del sud, i militari ci hanno venduti a dei trafficanti. In un centinaio siamo saliti su due bus per tornare verso il mare. Siamo rimasti una notte nel deserto. Una volta scesi per dormire, io e un mio amico decidiamo di scappare. Raggiunta una strada fermiamo un pick up. All’uomo alla guida non diciamo che siamo migranti in fuga, ma che siamo stati abbandonati dal nostro padrone per cui lavoravamo senza essere pagati. Ci ha riportato a Shaba, dove abbiamo conosciuto un altro ragazzo nigeriano che ci ha ospitati per qualche tempo. Abbiamo fatto dei lavori per ripagarlo dell’ospitalità e mettere via altri soldi per l’attraversamento del mare. E questa volta ci siamo riusciti. Abbiamo lasciato la costa il 4 novembre notte, il 5 siamo stati raccolti in mare da una nave di soccorritori e il 6 ci hanno sbarcati a Vibo Valentia. Mentre io sono stato portato a Cona, in provincia di Venezia, il mio amico è finito a Dublino. A Cona ho conosciuto Fausto Fusetti che per me è stato come un padre. E grazie a lui e alla musica, ho imparato l’italiano e contribuito ad aiutare altri ragazzi del centro. Abbiamo persino creato un gruppo: Miracolo dell’Africa. Nel 2018 nel centro scoppia un incendio e io vengo trasferito con altri a Malcontenta. E mentre sono qui conosco il coro della Beppa. Ora vivo a Favaro e lavoro a Dolo”.

Berthe Bunda Tabit ha 46 anni. Il suo viaggio di migrante é iniziato 10 anni fa, e dopo 7, nel 2022, é arrivata in Italia a Venezia. Berthe é una rifugiata politica. In Camerun, il suo Paese, era perseguitata perché attivista per i diritti dei disabili e organizzava proteste, inoltre appartiene a una tribù nemica di chi è al governo. Lei fin da ragazza ha problemi di deambulazione e per camminare, all’epoca, usava le stampelle. E con le stampelle ha fatto tutto il viaggio dal Camerun alla Libia, attraversando Nigeria, Niger e Algeria. Ha camminato nella foresta e nel deserto, é stata in prigione, ha sentito le grida di altre donne violentate dai militari libici e dai trafficanti di esseri umani. Ha visto gli stessi militari uccidere a botte un giovane che implorava: “vi prego, vi prego”. Ora è costretta a muoversi in carrozzina.

“In Camerun ero una commerciante di abbigliamento. Vendevo abiti che le aziende europee mandavano in Africa a fine stagione perché invenduti – spiega la donna -. Oltre che in negozio vendevo anche nei mercati. Possedevo anche una casa e 7 ettari di terra dove coltivavo riso, cacao e frutta. La casa l’ho venduta per potermi pagare la continuazione del viaggio dopo essere stata derubata, e poi perché i militari libici mi avevano venduta ad un gruppo di trafficanti che hanno chiesto un riscatto per liberarmi. Grazie a mia cugina, rimasta in Camerun, mi sono arrivati i soldi della vendita“.
Berthe scappa dal suo Paese allo scoppia dell’ennesima guerra tra ribelli ed esercito. A piedi raggiunge il fiume Niger e attraverso questo arriva in Nigeria. Qui per due settimane dorme per strada. Incontra altri migranti diretti in Algeria. Decide che quello sarà il paese dove restare. Il cammino verso l’Algeria è costellato da mille difficoltà. La donna viene derubata, poi abbandonata nel deserto e venduta da una banda all’altra di passeur. Una volta pagato il riscatto, per quasi un mese dorme per strada in varie città del Niger. Poi “finalmente” l’Algeria. Ma non è il paese che pensava. “Lì i migranti neri non sono bene accolti. Non ti fanno nemmeno i biglietti sui bus. Lavoro per un po’ al servizio di una famiglia senegalese e faccio treccine – racconta Berth -. In Algeria resto un anno. Assieme ad altri decidiamo di andare in Libia per raggiungere l’Europa”. Ad attenderla altri passeur, altri trafficanti e i militari libici. Arrivata in riva al Mediterraneo dove le hanno detto che ci sono le barche per l’Italia, trova invece i militari e perde altri 2.000 dollari pagati al passeur inutilmente. Trovati nuovi trafficanti che le promettono il passaggio in barca, in realtà viene portata con altri migranti nel deserto dove vengono abbandonati durante la notte. Il gruppo decide di tornare indietro a piedi. “Io ho difficoltà a camminare con le stampelle. Dei ragazzi si offrono e mi portano, a turno in spalla, per tutto il viaggio. Non finirò mai di ringraziarli. Arrivati nuovamente in riva al mare i passeur ci nascondono in una grande buca scavata sulla spiaggia. Ma niente viaggio perché i militari ci prendono e ci arrestano. In carcere ci mettono in celle al buio e l’unico cibo per settimane è stato solo del pane – spiega a bassa voce la donna, quasi timorosa di recuperare dalla memoria quei ricordi -. Spesso sento le grida delle donne violentate e vedo uccidere un ragazzo a botte mentre implorava pietà. Dei funzionari ONU mi fanno visita e mi dicono che se lo avessi voluto i libici mi avrebbero rimpatriato, ma io rispondo di no. Preferivo le prigioni libiche all’inferno che mi avevano fatto passare al mio Paese. Racconto la mia storia e alla fine i funzionari ritornano e grazie ad un corridoio umanitario arrivo a Venezia. Nel coro di Beppa ho trovato anche l’amore. Ora spero di trovare un lavoro per sentirmi utile. Ma non è facile per una persona in carrozzina”.

La storia di Maria Ilie Finica arriva invece dall’est, dalla Moldavia dove faceva la maestra. In Italia mette piede a metà agosto del 2003. In realtà la sua mèta iniziale era Vienna, ma si ritrova in Veneto a Padova dove scende dal pullman, dopo quasi una giornata di viaggio, insieme ad altri migranti. “La prima cosa che mi colpisce sono i profumi, gli odori, molto diversi da quelli del mio Paese. Venivo da una zona di campagna con grandi spazi verdi e i profumi della terra. Lì non c’erano i palazzoni grandi e alti che ho visto appena scesa – ricorda Maria -. In Italia c’era già mia sorella che viveva a Domodossola. Riesco a chiamarla e mi dice che per andare da lei devo andare in treno. Faccio un biglietto fino a Milano. Ma quando arrivo non ci sono più treni per Domodossola. Non so cosa fare anche perché avevo paura di essere fermata dalla polizia. Riesco a farmi capire da un tassista che accetta di portarmi a Domodossola”. Maria ha un bel ricordo di quel tassista che per evitarle i controlli passando davanti a degli agenti, la prende per mano come se fossero una copia. Il viaggio fino a Domodossola è lungo e all’arrivo nella cittadina piemontese Maria non ha tutto il denaro per pagare la corsa. “Il tassista capisce e non mi porta dalla polizia. In qualche modo riesco a chiamare mia sorella che arriva dopo alcune ore con il resto dei soldi e pago il tassista. Ho un bel ricordo di quell’uomo che mi ha veramente aiutato”.
Quindi arriva a Mestre e va a lavorare in una famiglia che da fine agosto a novembre si trasferisce a Rimini. In questi tre mesi la famiglia per cui lavora le impedisce di telefonare ai parenti. Quando rientra a Mestre la donna si trova un altro lavoro e arriva anche il Coro Voci dal Mondo. “Era il 2013 e passavo in via Piave quando mi fermo ad ascoltare una ragazza romena del coro che stava cantando una canzone popolare del suo Paese. Resto affascinata – spiega Maria -. Mi fermo e chiedo informazioni. Da quel momento non mi sono più staccata dal coro che in questi anni mi ha dato tanto”.

Berthe con la sua carrozzina