I piccoli mondi di Gaza: Samaher

I piccoli mondi di Gaza: Samaher

Lei si chiama Samaher Al-Akhras, è di Gaza ed è madre di sei figli. Uno dei quattro figli nati dal primo matrimonio del marito, che i sei bambini di Samaher consideravono il fratello maggiore, è morto sotto le bombe, mentre cercava di portare a casa del cibo per i suoi fratelli.

Prima del 7 ottobre, Samaher viveva una vita felice insieme ai figli e al marito, in una piccola casa. Ora è sfollata a Deir al-Balah. Dice Samaher: “Voglio raccontarvi che sono laureata in Economia Aziendale all’Università. Ho sempre cercato di tutelare e sostenere l’istruzione dei miei figli. Eccellevano negli studi e sognavo che ognuno di loro sarebbe cresciuto raggiungendo importanti traguardi. Ma poi è arrivata la guerra maledetta che ha distrutto tutto. Anche i sogni. Non c’è più spazio per l’istruzione, solo infinita sofferenza”.

In assenza di gas, Samaher accende il fuoco bruciando plastica e vestiti vecchi

 

Uno dei figli piccoli di Samaher

Quella di Sanaher è un’altra famiglia adottata da chi ha aderito al progetto Una Terra in Comune,  un altro dei piccoli mondi di quotidianità di Gaza che racconto su #StorieSparse. “Una Terra in Comune” è un progetto avviato da ricercatori e docenti universitari e ora sostenuto da tanti volontari che sono in contatto diretto con, al momento, 15 famiglie (109 persone) sfollate a Dehr Al Balah, Gaza.

Ogni famiglia è associata a una campagna di crowdfunding personale, in quanto le donazioni alla raccolta generale di “Una Terra in Comune” servono a garantire dai beni di prima necessità, ai bisogni specifici: tende, alimenti, medicine e prodotti per l’igiene. E nelle chat che i volontari hanno creato per tenere i contatti con le famiglie, scorre la quotidianità di persone che vivono tra le macerie, la violenza e l’assenza di cibo e quella di chi, a poche ore di aereo, cerca di offrire loro una speranza di vita. Microcosmi di umanità dove il peso maggiore, la fatica di procurare gli alimenti e accudire i figli, ricade soprattutto sulle spalle delle donne, madri che nonostante tutto, provano a garantire una quotidianità fatta di speranza alla propria famiglia.

“Abbiamo sopportato umiliazioni, sfollamenti, distruzione e bombardamenti incessanti. Molte volte abbiamo affrontato la morte, e molte volte siamo sopravvissuti per miracolo. Non si contano le notti in cui non siamo riusciti a dormire a causa dei continui attacchi, notti piene di paura e terrore – racconta Samaher  -. Siamo sopravvissuti a questo genocidio solo grazie alla misericordia di Dio e al sostegno di tanti amici che ci sono stati accanto. Tra questi, devo la mia più profonda gratitudine alla mia amata “sorella” e amica Marilena. È stata la prima a starmi vicino, la prima a sostenermi e a confortarmi. Mi ha presentato molti altri amici e non mi ha mai lasciata sola”.

 

Alcuni dei messaggi condivisi da Marilena su Facebook

Marilena, ricercatrice presso il Centro di Studi Sociali dell’Università di Coimbra. É una delle anime di “Una Terra in Comune”. Ha conosciuto Samaher sui social dove la donna palestinese raccontava la sua vita a Gaza dopo il 7 ottobre, ed elencava le necessità di cui aveva bisogno per la sua famiglia.
Spesso i dialoghi tra le due donne avvengono ancora oggi proprio sui social “Ho spesso condiviso la nostra amicizia sui social, sulla mia pagina Facebook.  Volevo che la gente sapesse che le persone a Gaza non sono né numeri né persone lontane da noi. Anche loro avevano bisogno della nostra amicizia. Che fossimo lì in ogni momento. Abbiamo un gruppo WhatsApp con tutte le famiglie che supportiamo. L’abbiamo creato in modo da poter rimanere in contatto con loro quando sono in difficoltà e/o la connessione internet è interrotta. Alcuni di loro hanno una sim e vivono non troppo lontani l’uno dall’altro – spiega Marilena -. I post raccontano le difficoltà che Samaher incontra ogni giorno. Il gas da cucina era scomparso ancor prima che il cessate il fuoco di gennaio venisse violato da Israele. Da allora Samaher ha usato qualsiasi mezzo a sua disposizione per cucinare. La sua salute è peggiorata notevolmente a causa del fumo generato dagli stracci e dai pezzi di plastica che bruciava per riuscire a preparare un pasto caldo per i suoi figli. Ha perso molto peso e ha iniziato a soffrire di mal di schiena. I figli hanno iniziato ad ammalarsi a turno: dall’influenza intestinale a ogni sorta di infezioni batteriche, dall’epatite alla malnutrizione. Layan, una delle figlie, in particolare è stata quella che ha sofferto di più. Per fortuna il più piccolo Abdullah, di soli 4 anni, non ha mai preso nulla di troppo grave. All’epoca in cui i prezzi salivano alle stelle, tutti sopravvivevano grazie a un solo pasto al giorno e questo pasto era spesso costituito unicamente da pasta o riso”.

C’è stato un tempo in cui anche gli abitanti di Gaza vivevano in una città normale, fatta di quotidianità e di sogni. Racconta Samaher “Ho trascorso la mia infanzia in una bella casa piena di amore e felicità, con mio padre, mia madre, i miei fratelli e le mie sorelle. Eravamo in sette, ed io ero la più piccola e la più amata dai miei genitori. Ero la loro piccola coccola.  Poi, nel 2011, mia madre è morta. È stata la tragedia più grande per me. Ho perso tutto con lei: il suo amore, le sue cure, il suo calore e persino il senso di sicurezza nella mia vita. Mi sentivo come se avessi perso una parte di me stessa.  Purtroppo, mio padre è morto due anni dopo. Con la sua morte, ho perso ancora di più: la mia famiglia, la mia guida e le fondamenta che un tempo ci tenevano uniti. Mi manca tantissimo e ho bisogno del calore del suo cuore. Nel 2018 è morto mio fratello, un’altra grande tragedia. Ha lasciato tre figlie e la loro madre. Sono sempre stata molto vicina a loro, sostenendole e prendendomi cura di loro il più possibile. Sono stata al loro fianco in ogni momento, provvedendo ai loro bisogni ed essendo presente ogni volta che avevano bisogno di aiuto. Ho fatto del mio meglio per dare loro conforto e un po’ di stabilità in mezzo a così tanto dolore“.

Dall’ottobre del 2023, anche la famiglia di Samaher ha vissuto lunghe e dolorose giornate senza elettricità, per le continue interruzioni di corrente, perpetrate a volte per diversi giorni, costringendo gli abitanti di Gaza al buio, incapaci di cucinare, conservare cibo o ricaricare i telefoni. Senza l’accesso al gas, hanno dovuto trovare altri modi per riscaldarsi e cucinare. All’inizio, usavano pezzi di legna per accendere piccoli fuochi, ma quando anche quella è diventata troppo costosa, hanno iniziato a bruciare plastica e vecchi vestiti solo per far bollire un po’ d’acqua o preparare un pasto. “Ogni giorno era una lotta per andare avanti, eppure non abbiamo mai smesso di provarci: negli ultimi due anni, la vita a Gaza è stata una lotta quotidiana per la sopravvivenza: senza elettricità, senza acqua pulita e spesso senza speranza – ricorda Samaher -. Le interruzioni di corrente sono durate giorni, lasciandoci al buio. Ma la parte più difficile è stata la mancanza di acqua pulita. Ci sono stati lunghi periodi in cui dalle tubature non usciva nulla. Camminavo per ore con i miei figli per portare un po’ di acqua a casa. Persino i miei più piccoli, di soli 8 o 10 anni, hanno imparato a trasportare contenitori pesanti sulle loro piccole schiene. Il dolore fisico di quei giorni non mi ha mai abbandonato. Soffro ancora di forti dolori alla schiena. Ogni giorno, vivo di antidolorifici soltanto per muovermi, per poter andare avanti. Queste medicine sono costose, ma le compro perché non ho scelta: devo rimanere forte per i miei figli, così che possano sopravvivere”.

“Purtroppo non posso essere felice. Il mio cuore è pesante di tristezza per la perdita di persone care.  Ho perso il figlio di mio marito, Mounir. Sono stata io a crescerlo. Lo amo come se fosse mio figlio. Il mio cuore soffre per la sua separazione. Tre mesi fa Mounir si è diretto al sito umanitario americano cercando di raccogliere del cibo per i suoi fratelli più piccoli. È stato ucciso mentre cercava di portare a casa del cibo. Ogni giorno lo ricordiamo e piangiamo la sua morte. Anche Abdullah, il più piccolo dei miei figli, che ha quattro anni, pronuncia in continuazione il suo nome”.

 

 

 

I bambini hanno ancora dei sogni. Cosa vogliono fare e studiare da grandi?

“I miei figli hanno grandi sogni che spero tanto si realizzino. Parlano sempre con me dei loro sogni e di cosa vogliono diventare in futuro, quando saranno grandi. Però un giorno Lana, che ha sempre sognato di fare la dentista, mi ha chiesto una cosa che mi ha spezzato il cuore. Le avevo domandato: “cara, vuoi ancora fare la dentista o hai cambiato idea?. Lei mi ha guardato e ha detto: mamma, sarò davvero ancora un medico? Ho dimenticato le lezioni, ho dimenticato tutto… non credo che lo potrò diventare”. Questo mi ha fatto piangere molto. L’ho abbracciata e le ho detto: “diventerai il miglior dentista che sia mai esistito”.

E gli altri?

“Lian sogna di diventare avvocato, come Ghazal. Saeed ha detto: “non voglio continuare gli studi; lavorerò e aiuterò con le spese domestiche”. Invece Yazan vuole fare il poliziotto e il piccolo Abdullah,  il dottore. Mi chiedo: tutti questi sogni, si realizzeranno?”.

Come state vivendo dopo gli accordi firmati in Egitto?

La situazione è instabile dopo il cessate il fuoco. I miei figli hanno ancora la paura nel cuore. Non ci sono più case in cui tornare. E l’istruzione per i bambini è molto costosa. Le scuole stanno riaprendo, ma insegnano soltanto due materie – arabo e inglese -. Chiedono agli studenti di fare tutto da soli. Ecco perché, chi se lo può permettere, paga insegnanti privati per insegnare ai propri figli. Un insegnante per una sola materia chiede 25 dollari a studente. Ogni studente ha da 5-6 a 7-8 materie da studiare.

ll Valico di Rafah è ancora chiuso, e Israele consente il passaggio a meno del 10% dei camion di aiuti umanitari concordati con il cessate il fuoco. Quindi il cibo, anche se poco, è disponibile al momento, ma non lo sono la benzina e il gas da cucina. Ancora oggi usiamo il fuoco per cucinare, ma la legna è costosa e allora dobbiamo bruciare la plastica e i vestiti vecchi”.

Il fumo che è costretta a respirare, la continua ricerca di acqua potabile e le notti insonni stanno rendendo sempre più debole Samaher, che nonostante tutto continua a lottare ogni giorno per dare una speranza di vita ai suoi figli. Ma Samaher non crede che una vera pace sia vicina.

 

Per inviare una donazione a Samaher:

https://bit.ly/UnaTerrainComune_Samaher