Saul: il maestro d’ascia innamorato della laguna, tra i Paesi Baschi e l’Inghilterra
Saul Hoffman è figlio di un tedesco con genitori cecoslovacchi e di una milanese con genitori veneti. Originario della provincia di Pavia è un maestro d’ascia partito da Venezia, che ha vissuto diversi anni a Pasaia, nei Paesi Baschi, ed ora abita a Portsmouth, in Inghilterra, dove si occupa del restauro della HMS Victory, la celebre nave dell’ammiraglio Nelson nella vittoriosa battaglia di Trafalgar del 1805.
Anni fa Saul, per spiegare il suo arrivo in laguna, raccontava: «Sono sempre stato affascinato dalle barche e quando ho avuto modo di vivere per la prima volta a Venezia, per qualche mese, come responsabile dei campi di volontariato di Legambiente sull’isola della Certosa, me ne sono innamorato, e ho deciso che finita la triennale a Pavia sarei tornato in laguna. Mi piace pensare che dalle risaie della Lomellina ai canali di Venezia l’acqua sia una costante».
Quindi a Venezia si iscrive a Scienze del linguaggio a Ca’ Foscari, curriculum in Glottodidattica. «In questo modo ho avuto una “scusa” per vivere tra calli, campi e canali e conoscere le persone per comprendere a fondo la città. C’è chi la ama e chi la odia, il bello è che i motivi sono gli stessi per entrambi”.
La sua passione per le barche è un qualcosa che si porta dentro fin da piccolo. Aveva 3 anni quando, in vacanza, si fermava ad “ esplorare” da vicino una barca tirata a riva nei pressi di un lago in Austria.
Del periodo veneziano racconta: “Dopo pochi mesi che ero approdato a Venezia ho voluto imparare la voga alla veneta. Non ci avevo mai pensato prima, nei mesi che ero rimasto in laguna con i campi di Legambiente andavamo a motore e mi ero sempre immaginato con una topetta o qualcosa del genere anch’io. E invece tramite amici, sono approdato all’associazione “Il Caicio“. Già dalla definizione “Associazione culturale galleggiante” mi sono piaciuti tanto fin da subito. Da loro ho imparato a vogare e grazie a loro è nato anche il mio impegno per la città”.
Per alcuni anni, ogni mercoledì, in tre, con altrettanti sandoli messi a disposizione da Il Caicio (lui usava uno s’ciopon che si chiamava Ruvida) dopo aver caricato frutta e verdura biologica, partivano da piazzale Roma e la consegnavano a domicilio in tutta la città.
Spiega: “È solo quando sei fuori a remi che ti rendi conto di come Venezia sia stata costruita intorno all’acqua e alle barche. Nel tempo la viabilità è stata riconvertita per poter andare a piedi, ma la barca è il mezzo d’elezione se vuoi davvero vedere Venezia. E devi farlo a remi, se vuoi che anche altri in futuro lo possano fare. Già oggi, il moto ondoso preclude a chi va a remi il canale della Giudecca e il bacino di San Marco”.





Da Venezia ai Paesi Baschi e ora l’Inghilterra. Come é andata?
“Una fortuita – e fortunata- successione di eventi. Mentre vivevo a Venezia ho scoperto le barche tradizionali e deciso che volevo diventare maestro d’ascia. A Pasaia, nei Paesi Baschi ho trovato una scuola che mi formasse, gratuitamente, per tre anni. L’esame l’ho poi fatto a Venezia, dove ho ottenuto il titolo, ma poi sono tornato a lavorare all’Albaola, la scuola dove avevo imparato il mestiere, che mi ha assunto come formatore. Una scuola che è allo stesso tempo cantiere navale e museo. Dopo altri tre anni Albaola purtroppo ha chiuso i battenti e per me, diciamo, si è chiuso un ciclo. Ma quello della cantieristica tradizionale è un mondo piccolo, e grazie a un amico ho saputo che stavano cercando gente per il restauro della HMS Victory al museo della Royal Navy a Portsmouth. Mi sono candidato a un posto di Lead shipwright (Capo maestro d’ascia, ndr) e mi hanno preso”.
Tre luoghi diversi, tre storie di vita?
“Tre luoghi diversi ma sono sempre io! Una sola storia di vita, sempre legata al mare e alle barche in legno. Dai sandoli veneziani alla replica della nao San Juan, fino alla Victory è stato una crescita continua. Letteralmente (un sandolo misura 6m, la San Juan 21m e la HMS Victory 69m), ma anche come persona”.
Ma un giorno ti fermerai da qualche parte?
“Di sicuro, ma non so ancora dire dove. Sicuramente possiamo stare certi che sarà vicino all’acqua…”
Hai un oggetto da lavoro che porti sempre con te?
“Non ho un attrezzo feticcio, no. Diciamo piuttosto che grazie ai mercatini inglesi la collezione di attrezzi sta aumentando. Nei mercatini cerco sempre vecchi attrezzi, a volte trovi delle chicche. Per molto poco ti porti a casa vecchi strumenti che magari hanno un secolo ma che spesso sono di migliore qualità di quello che c’è in circolazione oggi. Devi avere un po’ l’occhio per distinguere un affare che ha bisogno di un po’ di pulizia, dalla semplice ferraglia arrugginita, ma in fondo questo è il bello di andare per mercatini”.

Vecchi attrezzi del lavoro di maestro d’ascia
Dalle barche per la laguna a quelle per gli oceani, al celebre veliero. Quali emozioni?
“Credo che la bellezza di lavorare con barche (e navi!) in legno stia nel fatto che restano di una misura “comprensibile”, per quanto grandi possano essere. Poi certo, la Victory è enorme e a bordo ci si può facilmente perdere: fa impressione che sia stata fatta interamente a mano e senza corrente elettrica. Se ci pensi resti ancora più ammirato“.
Che differenza c’è tra costruire una barca nuova e restaurare una nave che ha fatto la storia?
“È molto più lento e laborioso restaurare, oltre che più caro. Ma vuoi mettere poter contribuire alla vita di un’imbarcazione che esisteva secoli prima che nascessi e che ci sarà ancora per molto tempo dopo che saremo tutti e tutte scomparsi? E poi la bellezza di ritrovare le tracce di chi ci ha lavorato prima di te, dalla cartaccia di un cioccolatino degli anni Settanta ai marchi sui pezzi di legno tracciati nel XVIII secolo (entrambi esempi veri riscontrati nella Victory).
Che emozioni provi quando sei all’interno del veliero?
“I ponti hanno i soffitti molto bassi, si sbatte la testa di continuo. Lo scopo era avere più cannoni possibili, poco importava la comodità di chi doveva starci in piedi. Ma quando poi scendi sempre più in basso, fino nella stiva che adesso è ovviamente vuota, all’improvviso si apre questo spazio enorme, quasi una caverna e subito pensi a Pinocchio, o a Giona”.
Di cosa ti occupi in particolare nel restauro?
“Siamo quattro Lead shipwrights, che rispondiamo a un Master shipwright e insieme gestiamo una squadra di maestri e maestre d’ascia che a pieno regime conta 17 persone. Oltre a coordinare i lavori e programmare le attività della settimana, facciamo una pianificazione di medio breve-periodo, che include tutto: gestione del personale, ordini di materiali, selezione e stoccaggio del legno, formazione dei lavoratori, sicurezza sul lavoro, coordinazione con la parte di conservazione e archeologica del progetto”.
Hai una barca tua, che ti sei costruito?
“Purtroppo no, quando vai di Paese in Paese è difficile poter prendersi cura di una barca. Ma ho sempre trovato il modo di galleggiare dovunque fossi, che fosse a remi o vela”.
C’è una tipologia di legno che preferisci?
“Amo il faggio per l’aspetto che ha e la facilità con cui si lascia lavorare”.
Cosa provi quando hai terminato di costruire una barca e la metti in acqua?
“Un misto di soddisfazione per il lavoro ben fatto e di sollievo quando vedi che galleggia. Scherzi a parte, la cosa più bella è che finalmente vedi la barca nel suo ambiente. Improvvisamente la puoi ammirare tutta intera, da tutte le angolazioni, cosa che difficilmente si riusciva a fare dentro al cantiere quando era in costruzione. Sembra sempre più piccola di quanto non sembrasse fuori dall’acqua”.