Un cerotto bio per riparare le cornee: le nuove frontiere della ricerca alla FBOV

Un cerotto bio per riparare le cornee: le nuove frontiere della ricerca alla FBOV

“Potrebbe accadere ad un paziente di dover correre in urgenza in ospedale a causa di una perforazione corneale, un trauma o un graffio alla cornea, per ricevere cure immediate. L’oculista potrebbe in futuro essere in grado di tirar fuori dal proprio cassetto un “cerotto biologico”, una nuova tipologia di tessuto corneale pronto all’uso, costituito da una matrice disidratata, che una volta reidratata possa essere in grado di riparare il danno”. 

La ricerca in oculistica fa passi da gigante. E a Mestre c’è un centro che ci invidiano in tutto il mondo, la Fondazione Banca degli Occhi.

“ La cornea che diventa “cerotto biologico” è  una delle idee che caratterizza la nostra attività di ricerca, quella che ci spinge a puntare verso nuove soluzioni e nuove terapie, allo studio in Fondazione Banca degli Occhi”, spiega Stefano Ferrari, Direttore della Ricerca di Fondazione Banca degli Occhi, l’ente non profit con sede a Mestre, nei cui laboratori non solo si distribuiscono cornee per la metà dei trapianti italiani, ma si studiano anche nuove soluzioni per la cura delle patologie oculari. Inoltre la Banca rifornisce di cornee pronte al trapianto anche ospedali di altri Paesi.

Una di queste idee è proprio la creazione di una “SMILE Bank”, una “banca” per conservare i tessuti donati e ricavati dagli interventi laser di chirurgia refrattiva per la correzione della miopia, tecnica nota proprio con l’acronimo di “SMILE”. “Piccole porzioni di stroma corneale (tessuto connettivo denso che costituisce circa il 90% dello spessore corneale ndr) , che vengono rimosse durante la chirurgia e che sarebbero normalmente smaltite, potrebbero essere invece conservate per un successivo uso clinico, utile in molteplici applicazioni – spiega il Direttore Ferrari -. Oltre alla preparazione di tessuti per applicazioni di emergenza, un altro possibile sbocco per questa ricerca potrebbe essere quello legato alla cura del cheratocono, una patologia che deforma la cornea compromettendone la visione. In questo caso si parla di “cheratoplastica additiva”, cioè di un intervento di trapianto che va ad aggiungere una porzione di tessuto per rinforzare la cornea del paziente”, continua il dottor Ferrari. Un progetto che la Banca degli Occhi veneziana sta portando avanti insieme al professore Mario Nubile, docente presso il Centro Nazionale di Alta Tecnologia in Oftalmologia dell’Università degli Studi “G. D’Annunzio” di Chieti-Pescara.

“Una nostra ricercatrice sta completando un periodo di sei mesi al Singapore National Eye Centre, uno dei centri più importanti e avanzati al mondo in questo campo, per approfondire proprio questo progetto” racconta il dottor Ferrari. A Singapore, nell’ambito del proprio dottorato di ricerca, la dottoressa Raimy Christodoulou sta infatti utilizzando delle tecniche con il laser per creare degli anelli di stroma corneale (noti anche come Corneal Allogenic Intrastromal Ring Segments) allo scopo di rinforzare la cornea del paziente. Nuovi tessuti per applicazioni di oftalmologia rigenerativa che cerca di essere sempre più personalizzata ed innovativa.

“La nostra volontà è quella di trovare soluzioni il più possibile vicine alla cura del paziente – conclude Stefano Ferrari – mettendo a disposizione la nostra conoscenza nel campo dell’ ”eye banking” e offrendo la possibilità anche a giovani ricercatori di crescere nelle competenze, entrare nella comunità internazionale che si occupa del nostro stesso campo di ricerca, generando networking. Anche così Fondazione Banca degli Occhi fa crescere la ricerca”.

 

 

Da Venezia a Singapore per migliorare gli studi sulla cornea.

Raimy Christodoulou, biologa, ricercatrice, di origine israeliana, dal Centro Ricerche di Fondazione Banca degli Occhi del Veneto ETS è partita lo scorso giugno per raggiungere uno dei centri di ricerca più avanzati al mondo. Anche grazie al progetto “Venice Fellowship” sostenuto dai partecipanti alla Venice Marathon della Banca degli Occhi, Raimy ha trascorso un periodo di sei mesi a Singapore presso il Singapore Eye Research Institute. Obiettivo degli studi è appunto la creazione di un nuovo tessuto che possa sostenere l’occhio in caso di traumi improvvisi o per la cura di patologie croniche, quella sorta di “cerotto biologico” che rappresenterebbe una piccola rivoluzione per la cura delle patologie della cornea.


Come mai è arrivata in Italia? E quando?

“Sono arrivata in Italia nel 2021 per amore. Avevo conosciuto il mio fidanzato durante il mio periodo Erasmus a Varsavia, e dopo aver finito la mia laurea magistrale ho deciso di trasferirmi qui”.

 Il suo titolo di studio?

“Sono biologa e attualmente sto svolgendo un dottorato di ricerca in Terapie Avanzate e Farmacologia Sperimentale presso l’università di Ferrara”. 

 Come ha conosciuto la Fondazione Banca degli Occhi?

“L’ho conosciuta completamente per caso. Ero all’aeroporto di Venezia e ho sentito una persona parlare al telefono di ricerca. In quel periodo lavoravo in un’azienda corporate occupandomi di contabilità amministrativa, ma mi mancava molto il mondo della ricerca. Così mi sono avvicinata e gli ho chiesto dove lavorasse. Era un oftalmologo in visita alla Fondazione Banca degli Occhi per un progetto di ricerca. Quando sono arrivata a casa, ho cercato subito la Fondazione online e ho inviato una mail, senza aspettarmi davvero una risposta. Invece mi hanno risposto e abbiamo fatto una chiamata… e da lì è iniziato tutto”.

 Aveva mai pensato di occuparsi di ricerca?

“Sì, la ricerca mi ha sempre affascinata. Fin dai tempi del liceo ero incuriosita dal capire come funzionano le cose a livello biologico e dal trovare modi per conoscere e comprendere meglio i meccanismi della natura”.

 E in particolare nel campo della vista?

“Inizialmente no sinceramente, ma da quando mi sono avvicinata a questo campo ho capito quanto la ricerca sulla cornea possa avere un impatto reale sulla vita dei pazienti. È un settore in cui si vede chiaramente il legame tra ricerca e beneficio clinico, e questo mi motiva moltissimo”

 Ora di cosa si occupa?

“Mi occupo di ricerca sui tessuti (lenticoli) corneali ottenuti dal classico intervento laser per la correzione della miopia, una tecnica nota come “SMILE”. Studiamo diversi metodi di conservazione e la possibilità di riutilizzare questi tessuti, ad esempio per la riparazione di perforazioni corneali in urgenza o per il trattamento delle ectasie corneali”.

 Cosa l’affascina maggiormente del suo lavoro?

“Mi piace il fatto che sia un lavoro dinamico, dove ogni esperimento può portare a nuove scoperte. E trovo molto stimolante vedere come una ricerca di laboratorio possa tradursi in un aiuto concreto per i pazienti”.

 Che progetto sta portando avanti a Singapore?

“A Singapore sto collaborando con il Singapore Eye Research Institute (SERI) su un progetto che riguarda la modifica dei lenticoli SMILE con il laser a femtosecondi. L’obiettivo è capire come adattarli a diversi tipi di utilizzi e alle esigenze di ogni paziente. In questo modo speriamo di trasformare la biobanca di questi lenticoli da una semplice strategia di conservazione passiva a una piattaforma attiva e personalizzabile per il trattamento preciso delle ectasie corneali e dell’astigmatismo”.