Lampedusa: la sottile linea rossa tra accoglienza e overtourism

Lampedusa: la sottile linea rossa tra accoglienza e overtourism

Quando l’aereo, terminata la stretta virata, punta la pista per prepararsi all’atterraggio, percepisci dove, a Lampedusa, corre la color line che divide chi qui ha il privilegio di arrivare per le vacanze e chi viene scaraventato sulle spiaggie e sugli scogli dell’isola dai propri sogni. Alcune centinaia di metri di roccia, sabbia, aglione e incensaria disegnano questo confine estremo dell’Europa. Ma ancora, le immagini e i racconti stereotipati dell’isola fatta degli eroi di umanità, della proposta di Nobel per la Pace per la sua gente, del luogo dell’accoglienza per antonomasia sono ben saldi nell’immaginario di chi, su questo fazzoletto di roccia calcarea, è arrivato per cercare di comprendere uno dei capitoli più recenti della grande storia dell’immigrazione del nostro tempo.

Basta poco per vedere le contraddizioni e i cambiamenti che il turismo di massa sta imponendo progressivamente a questa porta d’Europa. La vera emergenza anche qui sta diventando l’overtourism, altro che sbarchi o morti recuperati in mare e allineati sul molo in porto. E questo iperturismo dal guadagno facile porta a emergenze ambientali, sfruttamento e contraddizioni. Non c’è famiglia lampedusana che non abbia qualcuno che lavora nel settore del turismo, della cosiddetta Hospitality: affittacamere, venditori di ricordi, tassisti, guide turistiche, noleggiatori di biciclette, auto, motorini e barche. Al porto c’è pure il galeone dei pirati che circumnaviga l’isola per osservare dal mare i luoghi degli sbarchi e la Porta d’Europa. La “riminizzazione” è in corso da almeno una decina di anni. E il mondo degli sbarchi, quando ci sono, non entra certo in contatto con quello del turismo. Anche perché, da tempo il primo viene governato apposta per fare in modo che sia il più possibile invisibile, quasi a volerlo negare. C’è una color line molto netta, sia pur immaginaria, che separa questi due mondi.

In nome del turismo si passa sopra a tutto. Forse si sbaglia ad attribuire troppa sacralità al lembo più meridionale del vecchio continente, dove lo scultore Domenico Paladino ha realizzato, nel 2008, la Porta d’Europa, un manufatto in ceramica refrattaria e ferro zincato che ricorda i migranti scomparsi in mare durante il tentativo di raggiungere l’Europa. Dalla mattina alla sera il monumento è preso d’assalto dai turisti saliti fino a Capo Maluk per scattarsi un selfie. Spesso collettivo, e nelle pose più assurde. Altro che riflessione sulla tragica realtà dell’immigrazione attraverso il Mediterraneo. Come invece recita la presentzione del monumento.  E bisogna fare la fila per lo scatto dell’orrore. Forse i selfie sono un modo nuovo di riflettere. Se poi si osserva la porta dal lato del mare, cioè quello da dove provengono i migranti, si vede che a 50 metri da essa c’è uno spazio attrezzato per servire l’aperitivo, al tramonto, che qui chiamano “lamperitivo”. Spazio nato, come su altri belvedere dell’isola, appositamente per i turisti.
Sempre in questo angolo d’Europa, a trenta metri dalla Porta, attorno ad un bunker della Seconda Guerra Mondiale, è nata una piccola discarica spontanea di mobili, sedie, poltrone, bottiglie e altro. Ma del resto anche questa é Europa.

Nel 2011, con l’arrivo sull’isola di 53mila migranti dalla Tunisia e dalla Libia, questo promontorio si trasformò rapidamente in un grande accampamento e la zona venne definita la «collina della vergogna». Per capire la color line immaginaria di oggi basta ricordare che il 15 agosto scorso, a 100 metri dalle bare di alcune decine di migranti morti in un naufragio, mezza isola ha partecipato a un’enorme festa.
A nessuno è venuto in mente di osservare un minuto di silenzio, di dire una sola parola in memoria di quelle vittime. Per contro, all’inizio di via Roma, la strada dello struscio e dei locali per turisti, nello spazio dedicato alle epigrafi dei defunti, una targa ricorda i morti ripescati in mare a inizio agosto.

Un gesto per restituire un briciolo di dignità a queste persone che spesso restano senza nome. “D’altra parte” come sottolinea Paola Pizzicori, una dei soci dell’Archivio Storico di Lampedusa “sarebbe forse ingiusto aspettarsi dai lampedusani un sentore diverso da quello della maggior parte degli italiani. Lampedusa sa essere allo stesso tempo uno specchio dell’Italia e un mondo a sé“. Romana di origine, vive a Lampedusa dal 1990. Arrivò sull’isola come laureanda in biologia marina. Oltre che a lavorare in Archivio, è impegnata come volontaria in diverse realtà dell’isola.

La SCELTA di Paola

Paola nel 2013, l’anno della visita di Papa Francesco e del naufragio del 3 ottobre con 368 morti, con altri volontari dell’Archivio ha organizzato diverse attività per promuovere l’integrazione dei migranti. È il periodo che qui sull’isola viene ricordato  come quello del “buco sulla rete”. Un varco nella recinzione che i naufraghi portati nell’hot spot hanno creato per poter uscire, in quanto non avevano il permesso per farlo dalla porta principale. Un “buco” tollerato da tutti. È il periodo in cui isolani e migranti vengono maggiormente a contatto dopo le tensioni con lancio di sassi tra abitanti e tunisini, del settembre 2011. L’ospitalità dei lampedusani nei confronti dei migranti ha mille sfumature e non è tutta bianca o tutta nera, anche se c’è una naturale tendenza all’accoglienza. Questa empatia verso chi arriva dal mare e che ha origini nella notte dei tempi, è forse il motivo principale per cui Lampedusa viene raccontata solo come l’isola dell’accoglienza, per cui spesso vengono usati termini come “invasa”, “presa d’assalto” dai migranti. Anche se poi i veri problemi per chi vive qui non sono i migranti ma sono costituite da ben altre questioni: infrastrutture inesistenti, strade a dir poco dissestate, mancanza di marciapiedi, rifiuti spesso abbandonati ovunque e un sistema per produrre energia elettrica che brucia gasolio. Lampedusa è si sotto assedio, sì, ma dall’overtourism. L’isola è popolata da poco più di 6.000 abitanti, mentre sono oltre 30mila i posti letto.

A fine di via Roma, poco lontano dall’affaccio sul porto, c’è la sede dell’Archivio Storico Lampedusa. L’Archivio si occupa da anni della storia dell’isola, curandone, da una parte, la ricostruzione attraverso un continuo lavoro di ricerca sulle fonti, fino a costituire un vero e proprio “archivio” di documenti a disposizione dei lampedusani e di tutti i visitatori interessati; dall’altro lato non ha trascurato l’aspetto della divulgazione e dell’educazione, sia attraverso pubblicazioni periodiche e di vario genere (sulla storia, sulla geologia, su aspetti naturalistici), sia accogliendo nella sua sede e guidando alla conoscenza del territorio studenti lampedusani e provenienti da altri luoghi d’Italia, studiosi e ricercatori. Inoltre ha promosso, finanziato con proprie risorse e organizzato attività di studio e di ricerca ospitando esperti di riconosciuta competenza.

Qui Paola, quasi ogni sera, risponde e parla a chi entra ed è curioso di capire e conoscere. Racconta la storia dell’isola e le sue contraddizioni. Prima di iniziare qualsiasi spiegazione precisa: “In quello che dico non rappresento nessuno, se non me stessa”. Una delicatezza, per evitare che quanto dice venga considerato la “verità”. Già troppe verità su questa isola sono state prese “per oro colato”, negli anni.

Turista alla Porta d'Europa a Lampedusa

Turista davanti al monumento “Porta d’Europa” a Lampedusa

 

 

Archivio di Lampedusa

La sede dell’Archivio Storico di Lampedusa, accompagnata dai versi di Cesare Pavese

 

Turisti in via Roma a Lampedusa

Lo struscio dei turisti in via Roma

 

Parlando con le persone che vivono e hanno attività sull’isola nessuna indica come un problema gli sbarchi. Come se lo spiega?

“Gli sbarchi in sé non rappresentano un problema perché sono di fatto gestiti appositamente per evitare ogni forma di  contatto tra le persone migranti e gli abitanti dell’isola. Tale situazione è molto gradita da quanti ritengono che la presenza di persone migranti possa infastidire il turista e conseguentemente rovinare l’economia locale, incentrata appunto sul turismo. L’effetto che ne deriva è la compresenza di due mondi, quello delle persone migranti e quello di tutti gli altri, che occupano gli stessi spazi ma muovendosi su binari paralleli”.

In questi anni la narrazione della questione migratoria è stata caratterizzata da stereotipi? Lampedusani eroi dell’accoglienza, tanto che qualcuno ha parlato di Nobel per la Pace per gli isolani. Quanto questo è vero?

“La narrativa ufficiale che dipinge Lampedusa come l’isola dell’accoglienza risponde a una serie di esigenze. In primis l’identificazione dell’isola con il flusso migratorio comporta la “delocalizzazione” della questione migratoria dal resto dell’Italia, stabilendo una distanza dapprima solo geografica e successivamente anche emotiva e cognitiva. Di seguito, la rappresentazione dei lampedusani come campioni di accoglienza se non addirittura eroi, ha due conseguenze: stabilisce che accoglienza e solidarietà sono atti eroici, negando che siano invece semplici esercizi di umanità; solleva tutti gli altri italiani dal compiere tali eroicismi, considerati dai più al di fuori della propria portata. Nessuno intende negare che gli abitanti di Lampedusa si siano messi in gioco e abbiano in alcuni casi addirittura supplito alle mancanze delle istituzioni preposte, ma sarebbe ingiusto ritenere che altre popolazioni si sarebbero comportate diversamente, se messe alla prova. Oltretutto bisogna sottolineare che le persone migranti, tranne che in alcuni periodi di forte affluenza o per specifiche decisioni politiche del momento, sostano sull’isola per poco tempo. L’accoglienza vera viene fatta altrove, peraltro in modo opinabile se si eccettuano pochi casi felici”.

Quanto il turismo, arrivato relativamente all’improvviso, sta snaturando l’isola?

“Il fenomeno turistico di massa, esploso a partire dagli anni ’90, ha causato e sta ancora causando danni al tessuto sociale dell’isola e all’ambiente. La crescente mercificazione del territorio, ridotto a mero turistificio, si accompagna a quella delle persone, spesso sfruttate in ambito lavorativo. I giovani crescono in un contesto soggiogato al dio denaro e corrotto da una crescente indifferenza verso gli altri e il territorio”.

C’è una speranza per ritrovare il  rispetto di antichi valori (cinque secoli durante i quali l’isola non è stata di nessuno e quindi di tutti) e dell’ambiente?

“L’assunzione di pratiche più rispettose di persone e ambiente può arrivare, a mio giudizio, solo al termine di un processo di riscoperta e conoscenza della storia e delle caratteristiche naturali dell’isola, legate indissolubilmente alla sua posizione a cavallo di due continenti, Europa e Africa, al suo essere terra di incontri e contaminazioni. Tra il XIII e XV secolo Lampedusa era conosciuta in Europa e nel Mediterraneo per la grotta-santuario, luogo di culto cristiano e musulmano, luogo di libero scambio di beni di prima necessità per naufraghi e fuggiaschi. Un mondo il cui spirito è stato poi stravolto dall’arrivo di un eremita imprenditore e ulteriormente modificato, anche nel suo aspetto territoriale, dal processo di colonizzazione di epoca borbonica.  Ai giorni d’oggi l’isola, vissuta soprattutto dai giovani come limitante soprattutto se messa a confronto con  il “mondo esterno”, acquista ai loro occhi un valore diverso una volta che ne scoprono le peculiarità, frutto anche di quelle lontane vicessitudini. Questa scoperta può diventare la premessa per un progetto comunitario di futuro alternativo, che abbia nel “rispetto” la propria parola chiave“.

 

 

Lampedusa vista dal mare
Murales a Lampedusa
Orizzonte del mare a Lampedusa