L’uomo del corridoio Allenby
“Più volte mi sono domandato: com’è possibile che un essere umano arrivi a fare quello che stanno facendo a Gaza. Non c’è 7 ottobre che tenga, che possa giustificare lo sterminio in corso…”. A questo punto le parole di Enrico Aragona si interrompono, strozzate in gola da un nodo che lo accompagna da alcuni anni. Da quando per conto del nostro Paese si è occupato, da addetto alla sicurezza dell’ambasciata d’Italia ad Hamman, in Giordania, dei corridoi umanitari per fare arrivare da noi i palestinesi che hanno un qualche titolo per essere accolti.
Enrico Aragona è andato in pensione da dirigente della polizia il 1° agosto. Prima di essere inviato in Giordania, è stato capo dell’Ufficio Volanti della Questura di Venezia.
Gli ultimi tre anni li ha trascorsi lì, dove ora rimane a vivere con la moglie Sonia, che lavora nella cooperazione internazionale. “La Giordania è una terra meravigliosa, qui ti rendi conto dove sono le origini della nostra civiltà – spiega Aragona -. I suoi abitanti sono di una umanità straordinaria, affabili e sempre pronti, come pochi, all’accoglienza. Per noi italiani hanno un debole. Impossibile non innamorarsi di questa terra. Inoltre, soprattutto ad Hamman, ci sono parecchie donne di origine italiana, mogli e compagne di professionisti locali. Questo perché negli anni Cinquanta e Sessanta, molti giovani appartenenti alla classe media locale hanno studiato nelle nostre università”.
Il ponte Allenby
Enrico si è occupato, insieme ad altri dipendenti della nostra ambasciata di almeno una decina di corridoi umanitari, resi possibili anche per il grande impegno dei funzionari del consolato italiano a Gerusalemme. “È grazie a loro se è possibile ricostruire un qualche legame tra chi riusciamo a far uscire da Gaza e palestinesi residenti in Italia. Materialmente sono loro che scortano, insieme alle autorità israeliane, gli aventi diritto da Gaza fino al confine con la Cisgiordania. Sul ponte di Allenby sul fiume Giordano, li prendevamo in consegna noi. Non potrò mai dimenticare queste esperienze che sono gocce di umanità in un mare di follia. Su quel ponte potevi trovare francesi, danesi, tedeschi, inglesi, spagnoli e molti altri. Tutti impegnati a tirare fuori i pochi palestinesi che potevano andarsene dallo sterminio di Gaza“.
Gli occhi che raccontano la morte
“I palestinesi che arrivano su quel ponte non hanno bisogno di parlare, di spiegare, di raccontare. Basta guardarli negli occhi – continua Aragona -. Mentre si continua a discutere se chiamare quanto avviene genocidio, sterminio, crimini di guerra o contro l’umanità, quegli occhi raccontano la morte, la fame, le mutilazioni, le sofferenze, la sete e le corse alla ricerca di cibo. Sono occhi spenti che non si accendono nemmeno quando capiscono di essere in salvo e sono presi in cura dall’Ospedale Italiano di Hamman. Sono occhi che non riesci più a toglierti di dosso. A volte, all’improvviso, si riprendono i tuoi pensieri. All’ospedale gli vengono prestate le prime cure e ricominciano a mangiare. Poi, se i parenti in Italia non riescono a pagare loro il viaggio, ci pensa l’ambasciata”.
Potevo fare di più?
“Spesso mi sono chiesto, e me lo chiedo ancora, se potevo fare di più. Se mi impegnavo maggiormente, potevo salvare più persone? Magari se avessi velocizzato le operazioni…Mi rendo conto che mi riferisco a delle unità, e la razionalità dice che a Gaza ci sono migliaia e migliaia di morti. Ma io ho visto quegli occhi, e sempre mi riportano a questo interrogativo.
Qualche mese fa un padre e la figlia, dopo la morte sotto le bombe della moglie e degli altri tre figli, vengono fatti rientrare tra le persone che possono essere accolte in Italia. Da prassi devono essere scortati fino al ponte di Allenby, ma è pomeriggio quando arriva il lasciapassare del nostro consolato e gli israeliani dicono che è troppo tardi. Decidono che potranno partire solo l’indomani mattina. È una questione di un paio di ore, si poteva fare diversamente. I due restano a Gaza e durante la notte il padre muore sotto un bombardamento. Gli occhi spenti di quella ragazza, quando ci viene consegnata, li ricordo come se fosse ora. Raccontavano solo la morte.
Come dimenticare i due genitori che riusciamo, con non poche difficoltà, a far partire per l’Italia dove era ricoverato il figlio di pochi anni, ferito gravemente sotto le bombe. I genitori, purtroppo, non lo rivedranno vivo, infatti mentre sono in volo verso Roma, il piccolo muore. Io potevo fare qualche cosa di più?”
Il silenzio sulla Cisgiordania
“In Palestina ci sono stato tre volte e certe cose le ho viste con i miei occhi. Poco o nulla viene raccontato della Cisgiordania, dove i coloni israeliani protetti dell’esercito stanno facendo di tutto per cacciare i palestinesi, cristiani o musulmani che siano, da questa terra – spiega Enrico Aragona – . Ho visto i pozzi dell’acqua distrutti dai bulldozer, poi cementati, le case bruciate e gli olivi secolari tagliati. Ma è possibile accettare tutto questo?